Shame

2012

installazione

 

In “Shame” resti di scatole di medicine e bugiardini conservati minuziosamente in mesi e mesi di malattie croniche, si accumulano e confondono con centinaia di autoscatti realizzati durante gli apici del dolore cronico. Abbiamo deciso di scattare, ognuno col proprio telefono cellulare, un autoritratto per ogni momento di picco, andando così a collezionare una serie di immagini apparentemente tutte uguali tra loro. La solitudine della malattia, così come quella del digiunatore, è qui esposta e messa in mostra. Immagini che ritraggono i momenti più privati e intimi della vita quotidiana vengono gettate al pubblico ludibrio, sottraendo la malattia alla privatezza, all’imbarazzo, al tabù che solitamente ne circonda la visibilizzazione.

Così, siamo noi a costruire la spettacolarizzazione della nostra malattia, come il digiunatore fa della sua volontà di digiuno il proprio modo di rapportarsi al pubblico, anche quando, ormai passato l’interesse del pubblico stesso, non resta che lo sciame dei segni della sofferenza, ormai senza più capacità di attrarre l’attenzione: cumuli di medicine consumate, foto tutte uguali, ogni giorno inviate reciprocamente all’altro come una sorta di memento mori, di cura reciproca. Se davanti, dunque, c’è la spettacolarizzazione della malattia, dietro, dentro la gabbia, resta il senso di abbandono, la profonda solitudine della malattia, così come dell’identità di artista.

“Nessuno dunque poteva sapere, per propria esperienza, se il digiuno veniva osservato davvero senza interruzioni, in maniera assoluta; solo il digiunatore in persona era in grado di saperlo e di essere così anche lo spettatore soddisfatto del suo digiuno”.

 

Prima esposizione

Artista della Fame, curata da Guido Laino, novembre 2013