White Collar Boy

2012

performance

ideazione di Ila Covolan
con Mara Pieri  

Un White Collar Boy: un* perfett* impiegat* che svolge il suo ordinario, quotidiano lavoro nel mondo dell’arte professionale, che si muove nel white cube dai muri candidi, luogo di élite e privilegio. L’antitesi di Bartleby lo scrivano. Un White Collar Boy: un’artista, un impiegato dell’arte, una gallerista, un organizzatore. Ognuna di queste figure incarna un micromondo a sé stante, con un proprio linguaggio e orizzonti di riferimento settoriali come camere stagne. Alle prese con la precarietà, intesa in ogni suo senso, il “Mr. Nobody” o “Signor Qualunque” White Collar Boy dell’arte contemporanea, qualunque sia il ruolo rivestito all’interno del sistema, costruisce la propria personale piramide di labili certezze. Trecento rotoli di carta igienica, assemblati a tracciare certezze, futuri possibili, fondamenta di carriera, mattoni di stabilità. Un White Collar Boy che vede la piramide oscillare, ondeggiare, cadere all’improvviso e disfacersi. Un White Collar Boy che decide di distruggerla, una volta che è arrivata a compimento. Un White Collar Boy che ne testa la solidità appoggiandoci il corpo stanco, compromettendone l’equilibrio. E poi ricominciare, meticolosamente, a ricomporla, a rimirarla, a studiarla, a guardarla crescere. Un infinito loop di costruzione e distruzione delle proprie certezze di White, di Collar, di Boy. Una metafora delle contraddizioni, delle oscillazioni, dei compromessi e dei deliranti equilibri tra arte, professione e genere.